La violenza e il maltrattamento in famiglia al tempo del Covid

La pandemia, che ha cambiato tante nostre abitudini, purtroppo non ha modificato la violenza e i maltrattamenti in famiglia.

Anzi, il confinamento e le restrizioni alla libertà individuale come strumenti per il contenimento del rischio di contagio da Covid 19, hanno fatto aumentare considerevolmente le tensioni familiari e di conseguenza il rischio, per le donne già vittime di violenza, di subire ulteriori aggressioni e maltrattamenti. Questo dato, purtroppo, è ancora più alto per bambini e ragazzi che oltre ad assistere a violenza domestica, sono a rischio essi stessi di subire maltrattamenti, senza che alcun altro adulto significativo possa intercettare il loro disagio. La scuola, infatti, luogo privilegiato di osservazione e prevenzione dei maltrattamenti ai minori, senza la presenza in aula, la possibilità di relazionarsi con fiducia e in luogo “neutro” non può più svolgere questa funzione fondamentale di identificazione e segnalazione precoce.

 

 

La violenza domestica già presuppone la messa in atto ad opera dell’abusante di una vera e propria strategia di controllo, che utilizza elementi strutturali a livello sociale oltre al controllo individuale, per isolare le donne dalle loro reti e fonti di sostegno esterno, principalmente la famiglia e gli amici, essa viene quindi favorita dalle normative che prevedono il distanziamento e l’isolamento sociale. L’aumento dei casi di violenza di genere nel mondo come conseguenza della pandemia è stato indicato dalle Nazioni Unite con una pubblicazione del luglio del 2020, come il fenomeno della “pandemia ombra”, proprio per sottolineare l’impatto devastante. In Italia, secondo le fonti ISTAT, le chiamate al numero nazionale di emergenza antiviolenza 1522 da marzo a dicembre 2020 sono aumentate del 73% rispetto al 2019. I dati degli uffici giudiziari italiani hanno raccolto una percentuale di procedimenti iscritti per reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi in aumento del 11% tra il 2020 e l’anno precedente.

Nei 12 mesi del 2020, 75 donne hanno perso la vita in Italia per mano di un coniuge, convivente o ex partner. Nel 90% dei casi, le violenze domestiche che hanno portato alla morte della donna per mano di un familiare, hanno riguardato anche i figli delle vittime, che hanno assistito all’omicidio della madre o ne sono stati vittime indirette. Nel primo trimestre del 2021 si contano 15 vittime.
Resta alto in Italia anche il rischio di maltrattamento  all’infanzia in famiglia, amplificato dalle conseguenze sociali ed economiche dell’emergenza coronavirus. Questo emerge dall’Indice regionale sul maltrattamento all’infanzia in Italia dell’organizzazione umanitaria
CESVI. Tutte le forme di maltrattamento hanno conseguenze gravi non solo sui bambini/e ma anche sulla società: gli ex bambini maltrattati saranno domani adulti che vivranno un pesante fardello di dolore, che rischieranno di scaricare sui propri figli, generando un circuito vizioso di trasmissione intergenerazionale. Gli interventi e le raccomandazioni del CESVI interessano prima di tutti le istituzioni: fondamentale è la prevenzione del maltrattamento ai minori.

Protocolli tra Enti e precocità di intervento risultano fondamentali. Capacità di rilevazione dei segnali fisici, psicologici e comportamentali di bambini e ragazzi vittime di violenza domestica e di corretta segnalazione ai Servizi competenti sono caratteristiche fondamentali di pediatri, medici di primo soccorso ma anche di insegnanti ed educatori extrascolastici. Successivamente, per i Servizi Specialistici risulta altrettanto importante la possibilità di adottare strategie di intervento a medio – lungo termine in grado di attivare la “resilienza” quale strategia strutturale non solo di carattere difensivo, ma anche di tipo costruttivo e propositivo, che permette agli individui di superare gli effetti dolorosi dei maltrattamenti all’infanzia, facendo leva sulle proprie risorse interne, trasformando forme di stress estremamente deleterie in occasioni di crescita. La resilienza non è una capacità innata, ma può essere sostenuta e sviluppata negli adulti e nei bambini.

Capita sempre più spesso che alcune persone si rivolgano in consulenza, portando il grave peso di una violenza subita direttamente o indirettamente in famiglia. Sono quasi esclusivamente donne. Quasi sempre sono anche madri. Il lavoro con queste persone è prima di tutto di accoglienza e ascolto. Esplicitare le violenze è il primo passo per prenderne coscienza, allontanare il senso di colpa e spezzare la catena dei maltrattamenti. Spesso è difficile entrare in sintonia con le vittime di violenza domestica. Hanno paura non solo delle ripercussioni da parte del loro aggressore, ma anche delle conseguenze sociali: lo stigma, la vergogna, la perdita della sicurezza economica e abitativa. Quasi sempre non si fidano di nessuno, per questo, rivolgersi allo psicologo, come professionista dell’ascolto e dell’orientamento, diviene fondamentale per essere sostenuti nel percorso di uscita dalla spirale della violenza.

 

 

Fondamentale nel percorso è la costruzione di una relazione di fiducia, entro la quale poter affidarsi anche ai Servizi specialistici, se necessario, ed eventualmente ad un legale. Utile, inoltre, risulta la ricostruzione di una rete sociale ed amicale che spesso l’aggressore ha finora evitato che la vittima si costruisse, proprio perché l’isolamento sociale è un ottimo modo per “tenere maggiormente sotto controllo” la vittima. Infine, la possibilità di recuperare la stima di sé e la capacità di lavorare ed essere autonoma permette solitamente alla donna di non sentirsi più solo “vittima”, ma protagonista di cambiamento e capace di gestire diversamente la propria vita, riorganizzandola in un’ottica di speranza e resilienza.

 

 

L’emergenza sanitaria da pandemia ha nel complesso amplificato criticità in parte esistenti e sistemiche: stress personale, perdita del lavoro, conflittualità interna alla famiglia, isolamento sociale hanno aumentato in modo esponenziale il rischio di maltrattamenti e violenza. La violenza in famiglia non è nata a causa del Covid, né con l’emergenza sanitaria. Essa ha purtroppo ha cause e origini molto più complesse e non esiste alcun vaccino che possa fermarla. Possiamo invece tutti combattere la cultura dell’odio e della disparità di genere attraverso una educazione all’affettività, alla sessualità e alla relazione di coppia che sostenga il valore della vita e della dignità di ogni persona fin dal concepimento.

 

Possiamo educare bambini e ragazzi a riconoscere, dare nome e gestire le proprie emozioni, imparando a contenere impulsi e comportamenti, attribuendo ad essi significati di relazione e non solo individuali. Possiamo educare i giovani alla relazione di coppia come parte fondamentale della società, basata sull’uguaglianza, sul rispetto, sulla comunicazione paritaria e sulla comune progettualità di crescita e condivisione. Possiamo sostenere i genitori a educare e crescere i loro figli con amore e autorevolezza,  affinché siano stimolati all’autonomia e al rispetto del prossimo e dei più deboli, attraverso la testimonianza dei valori scelti per la propria famiglia. Possiamo noi stessi riconoscere e combattere forme di violenza “diffusa” in linguaggi e atteggiamenti aggressivi socialmente accettati (come ad esempio alcune modalità di utilizzo dei social media), ma che rischiano di produrre pericolose derive violente e di passaggi all’atto (il confine tra offendere qualcuno sui social ad aggredirlo fisicamente è ad esempio, piuttosto labile soprattutto negli adolescenti) Possiamo imparare a riconoscere segnali e richieste di aiuto nei bambini e nelle persone che incontriamo al parco, sul pianerottolo, lungo la strada, decidendo di non guardare dall’altra parte, ritenendo che la cosa non ci riguardi.

 

Tamara Tonet,
psicologa psicoterapeuta ad indirizzo sistemico-relazionale e mediatrice familiare

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